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Lettera al Direttore

Premessa doverosa: ho iniziato ad appassionarmi seriamente al mondo del volo a circa 11 anni, quando mio padre mi regalò “il Bergomi”, ossia “Il Manuale del volovelista”, a seguito di un volo in aliante dietro a Danilo Spelta, che era suo cliente e conoscente. Divorai quel bellissimo manuale azzurro, ma i ricordi sicuramente più netti arrivano dai 13 anni, quando iniziai con il motoaliante RC e contemporaneamente comprai il mio primo numero di Volare. Quasi subito mi innamorai dello stile e della passione di uno sconosciuto, per me, di nome Giaculli, cioè il Direttore. Mi resi conto di voler pilotare un aereo, prima o poi, leggendo una sua prova del Falcon 900B. In quel preciso istante, e precisamente grazie a lui, misi a fuoco la passione di una vita.

Riusciva a far poesia in prosa parlando di un FMS. Ed era molto meglio che i soliti, melensi racconti sui biplani al tramonto e le sciarpe svolazzanti – che palle!

E’ un mio mito.
Lo è tutt’ora, che di anni ne ho 34 e di annate di Volare ne ho a quintali, in ordine sugli scaffali della casa di montagna.

Quindi è con la consapevolezza di una distanza evidente che mi permetto di rispondere a un suo editoriale con un mio editoriale. Io, che non sono nemmeno giornalista, e soprattutto da questo “webmagazine” che non è Volare, e nemmeno una testata.

Leggo nell’Editoriale di Giaculli di giugno 2010 della rivista (sempre più bella) ora diretta da Braga, che (parlando del funerale di Stelio Frati) lui e altri si sono trovati soli in quella chiesa, “forse gli ultimi rappresentanti di un mondo che non esiste più, perché non esiste più la passione per il cielo che noi avevamo. I giovani oggi hanno altro da fare; e nel cielo ci vanno con il Nintendo, la Wii, la televisione, i simulatori. O forse non volano perché in cielo non c’è più spazio, pieno com’è di mostri che loro stessi hanno inventato: Gormiti, Pokèmon e tutto il resto”.

No, Giaculli, la prego. Lei ha fatto di più per l’aviazione che tutti i vari AeCI, Fivu, Enac (figuriamoci…) messi assieme. Lei ha spinto chissà quali altri giovani miei coetanei, più anziani o più giovani, a capire quale fosse la passione della loro vita (passione ingombrante, forte, spesso unica e soffocante). Allora perché dice così?

Lei sa benissimo com’è la storia, e com’è la situazione. Nella mia immensa passione, mi sono potuto avvicinare al volo con le mie forze solo a 28 anni. Certo: a 19, volendo, potevo andare negli USA a fare l’ATP a spese di papà e mamma, ma non l’ho fatto (non per orgoglio, ma per altre scelte). Ma il punto è che ho potuto solo nove anni dopo, che tanto giovane non ero più. Perché il VDS, che è il fiore all’occhiello del volo in Italia, sembra un pensionato per cumenda? Perché è difficile, proprio difficile che un giovane riesca a volare, se un rattoppato P92 con 4000 ore sul groppone viene noleggiato, con dubbie coperture assicurative, a 110 euro l’ora.

Settant’anni di Repubblica Italiana non hanno quasi mai avuto spazio per questa passione. Di chi è la colpa? Dei giovani?E se un giovane infila la testa in un monitor e vola su un B737 virtuale, è perché probabilmente non sa nemmeno dove sia l’aeroclub della propria città, perché settant’anni di Repubblica Italiana non hanno quasi mai avuto spazio per questa passione. Di chi è la colpa? Dei giovani? Ho gestito per anni una “community” di appassionati di simulazione: le posso dire che lì ci sono tantissimi giovani con una passione e una cultura aeronautica incredibile. In pochi riusciranno ad andare oltre al monitor. Si figuri se, nell’astrazione di una passione inavvicinabile, possano pensare alla morte di Frati. O al suo funerale. Ma sul serio, non può essere colpa loro.

La colpa è di una battaglia persa, persa attraverso settant’anni di compromessi e chiodini che hanno chiuso una bara: quella del volo. Che stava risorgendo con il VDS e che ora pare di nuovo in crisi (ENAC ha messo ufficialmente gli occhi sul volo sportivo… Ne vedremo delle brutte). Sembra non ci sia proprio speranza, e noi ci stupiamo dei giovani? Giovani che peraltro sono appassionatissimi, né più ne meno di lei e dei suoi coetanei? Anzi, le dirò: forse di più. Perché chi “ce la fa” oggi vale più di chi ce la faceva un tempo. Ho uno zio con un migliaio di ore di Aviazione Generale: non si è nemmeno indebitato per farle, e le faceva all’aeroclub di un grande aeroporto commerciale italiano – ora, dopo quarant’anni, assolutamente inavvicinabile anche solo come quota sociale dal sottoscritto, che non è ricco ma nemmeno povero.

La scorsa settimana ho passato la mattinata a far rullare avanti e indietro in pista una quarantina di bambini fra i 4 e i 6 anni, presso la mia aviosuperficie, nell’ambito di un programma di “avvicinamento al volo” che parte da lì e dovrebbe arrivare ai ragazzi del liceo. Eravamo solo tre volontari, ma insomma, ora tocca a noi. Noi iniziamo a impegnarci.

Perché i cieli non hanno spazio, come dice lei, ma non per i mostri creati dai giovani, bensì a causa di quelli creati – spiace dirlo – dalle generazioni che li hanno preceduti.

E se lei è senz’altro “innocente” (ed è il mio mito), sono sicuro che a quel funerale ci fosse, attorno a lei, ben più di un colpevole.

I-LIAD picture courtesy of capt. Oscar Benna


articolo di Claudio Fogliato

Claudio "ClaF" Fogliato, classe 1976, è editor in chief di VFRMagazine, suo malgrado. Mente clamorosamente quando intercala la parlata con "belìn": vive a Genova da anni ma è piemontese puro al 100%. Ha una bimba di nome Camilla e negli ultimi mesi ha pilotato soprattutto passeggini. Google+ Profile

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