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Fotografia dall’alto
Non è certo il "buon Natale" che ci si può scambiare l'un l'altro, ma certe riflessioni vanno oltre le necessità del periodo...
C’è un effetto indiretto del decreto Monti sull’aviazione che pare sfugga ai più.
Rendendo agonizzante l’aviazione generale, tra quindici anni non avremo più neppure quella commerciale. L’Italia ha già da anni delegato la sua continuità territoriale alle compagnie low-cost inglesi e irlandesi, le quali operano nello Stivale con regimi fiscali che gli operatori italiani sognano, ma nessuno si sogna invece di denunciare a Bruxelles l’infrazione per concorrenza sleale, dal momento che queste compagnie, in taluni casi, sono pagate dalle nostre istituzioni locali per produrre indotto sul territorio.
Lasciamo che Monti attui il suo programma e poi potremo mostrargli i danni che ha provocato in un settore che sopravviveva ma aveva il coraggio di guardare avantiSommate a questo fenomeno il fatto che presto non avremo più una compagnia aerea nazionale “di bandiera” neppure nel nome, non abbiamo una scuola di volo nazionale e dunque prepariamoci a volare in Italia su vettori turchi, cinesi, albanesi (questi ultimi stanno ricreando l’aviazione civile da zero), anche in barba alle mille e inefficaci norme che Easa continua a sfornare per propria vocazione.
Perché il “Prof” ignora tre teoremi fondamentali dell’aviazione.
Primo: se si desidera imparare a fare il pilota e portare passeggeri, bisogna per forza cominciare a volare sugli aeroplani piccoli che ha tassato.
Secondo: se si cerca sicurezza, si deve cercare affidabilità (di uomini e mezzi), e se cercate affidabilità, avete bisogno di tempo. Che parte sempre da zero ogni volta che si uccide un settore. Lo sappiamo bene noi italiani, che con gli ultraleggeri abbiamo ricostruito l’aviazione leggera per la terza volta nella nostra storia. La prima volta ci pensò la guerra, la seconda la tassa del governo Amato.
Terzo: chi mantiene un brevetto e un aeromobile, è costantemente sottoposto a verifiche, balzelli e assunzioni di responsabilità tali da poter essere considerato tra i migliori contribuenti.
Una riflessione più ampia è invece necessaria a livello internazionale: l’Italia negli ultimi venti anni non ha mai mostrato una politica dei trasporti chiara. Anzi: le incertezze sull’alta velocità, sul ponte sullo stretto e sulla rete aeroportuale hanno mostrato all’Europa l’inconsistenza delle nostre idee e azioni. Soltanto un Paese di pazzi pretende di portare i passeggeri dove conviene alla politica, e non dove il mercato naturale li spinge, di eleggere ad Hub un aeroporto che non potrà mai diventarlo, o ancora di mettere a capo dell’aviazione un signore che non ha mai messo il sedere su un aeroplano.
A questo aggiungete il fenomeno nostrano dei ribaltoni, il cui effetto è uno sterile alternarsi di personaggi schierati e appoggiati politicamente su poltrone dove invece dovrebbero sedere tecnici e dirigenti preparati e attenti, almeno per il tempo necessario a dimostrare le loro capacità. E se queste non ci sono, non devono attendere un ricollocamento amichevole, devono mollare il posto.
Non possiamo permetterci il lusso di essere pessimisti, lasciamo che Monti attui il suo programma e poi potremo mostrargli i danni che ha provocato in un settore che sopravviveva a stento ma aveva, almeno, il coraggio di guardare avanti. Già, perché una cosa distingue l’aviazione e fa in modo che sia sempre più avanti degli altri settori: il fatto che nel momento in cui non si vende, sia necessario fare ricerca.
Un ultimo appunto al “prof”: non si congratuli con sé stesso per aver utilizzato il Falcon al posto dell’Airbus di Stato. Il primo è più piccolo, è vero, ma quegli strani cilindri bucati si chiamano motori, e il Falcon ne ha tre al posto di due.








