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IML: I-Medici-di-Linate
Viaggio tragicomico nelle peripezie di un aspirante pilota privato. Prima parte: la visita all'IML!
“Quel Mercoledì punto la sveglia con sicurezza”, annuncio, con tronfia sicurezza e un italiano stentato. Sono ormai quattro settimane che mi preparo:
● Assicurandomi che tutti gli amici, parenti, colleghi e datori di lavoro sappiano che il tal giorno sarò all’istituto di medicina legale dell’AMI per sottopormi alla visita; per inciso, ho depositato la richiesta di ferie più di un mese prima.
● Mangio sano e mi astengo da ogni forma di vizio, dall’alcool, dalle caramelle gommose a forma di orsetto; arrivo perfino a scomodare una cugina della mia ragazza, moglie di un comandante di Alitalia CAI, affinché mi omaggi di alcune razioni del “pasto dei piloti”, scatole ermetiche di tonno in dodici simpatiche versioni: in insalata, con mais, con rucola e sottaceti al sapore di virata coordinata, tagliato con i grissini, tagliato con la varichina, con la cocaina, etc. etc
● Alleno il fisico temprandolo con le più svariate prove & battaglie: sopporto la coda in posta senza urlare, partecipo ad un sit-in pacifista posando nudo di fronte alla Lega Calcio chiedendo la “reintroduzione della regola dei due punti”, rimango a colloquio con un vigile urbano per un quarto d’ora senza insultare lui e sua madre.
E quando quel famoso Mercoledì finalmente arriva, puntualmente mi sveglio in ritardo. Rotazione, restituzione, parto con un assetto a casaccio approssimando l’autostrada ben oltre la VNE consentitami dalla Macchina Del Popolo e dal Codice della Strada. E c’è di buono che nessuno verrà a controllare il MTOW. E, sempre E, quando raggiungo Linate l’MP3 suona delle trombette irritanti, mentre la tonante voce di Mister O’Leary annuncia che sono in anticipo. TROPPO in anticipo: l’IML aprirà fra un’ora e passa.
In sala d’attesa passo il tempo a sorprendermi di quante donne siano radunate per sottoporsi alla visita: qualche anima pia, in seguito, raffredderà i miei bollori politicamente corretti: “sono hostess, non piloti”; non fossero quasi tutte over 50, sarebbe un paese dei balocchi. Giusto il tempo di rimpiangere i B movie anni ’80, nei quali le hostess somigliavano tutte a Jenna Jameson (e spesso ERANO Jenna Jameson, almeno nei film che guardavo io), e spiare di sottecchi, pudico come un liceale nei suddetti film, una francesina dai capelli corti, che il mio numero viene chiamato: “Numero 13! Sportello numero 4”3 L’impiegato mi consegna una ventiquattrore ed una checklist: i controlli sono sul pilota o presunto tale, ed il mio foglio è barrato fino all’orlo.
Il delirio. Esame delle urine subito dopo essere stato, incautamente, al bagno durante l’attesa precedente (“Posso bere qualcosa, per favore? Non mi viene…”), esami del sangue (“Non guardi, per favore, molti suoi colleghi sono svenuti, e stamattina non ho voglia di raccattarvi da terra…”), RX torace (“Si metta in bocca la catenina, per favore… ah, dimenticavo… non la ingoi.”), Spirometria (“Soffi al contrario di come farebbe se-” lo interrompo con uno sguardo da “finisci la battuta e voli. Dalla finestra.”), Elettrocardiogramma (“Tenga, si pulisca da quella merda”, dirà il medico alla fine, staccandomi ventose e peli dal petto).
Da qui in poi la visita di Prima Classe cessa di essere reale, e nei racconti assume i contorni della leggenda; questo nonostante il bar dell’istituto pulluli di piloti di linea al rinnovo; asfittici o sovrappeso, dopo i quindici minuti di esami mattutini, passeranno la giornata a cercare di dormire o flirtare con le hostess di cui sopra, in attesa dei reponsi.
A prescindere da tutto ciò, in ogni clubhouse di campi volo, aviosuperfici, aeroporti civili minori, si sentiranno racconti epici di piloti wannabe appesi al soffitto di camere iperbariche sotto allucinogeni, di rilevamenti cardiaci sotto sforzo alla velocità metronomica della batteria di “Master Of Puppets”, di prove del visus superumano (“Che significa che non riesce a leggere attraverso questa lastra di piombo? Come farebbe a sopravvivere ad un IMC accidentale?”), di colloqui di idoneità psicologica che invariabilmente terminano con l’esaminando in lacrime per il trauma mai sopito del proprio gatto “Zoroastro”, perso all’età di dodici anni, che il futuro pilota ha sempre inconsciamente identificato con la figura della madre.
Nella realtà, un medico competente ma svogliato mi prende un poco in giro dopo aver verificato i miei 12/10 (“Lei è video-terminalista? Perché non prova ad usare lacrime finte, di tanto in tanto? Proteggono la vista…” “Dottore, e se comprassi delle cipolle?”), mentre la visita neurologica consiste nel far forza con le gambe e con le mani contro la pressione esercitata dalla dottoressa sugli arti.
La visita “psicologica” consiste fondamentalmente nel famigerato questionario dei Tre Giorni: e chi ha più di trent’anni sbuffa soltanto al pensiero di non poter leggere le riviste di meccanica, o di non dover fare il fiorista senza farsi piacere i fiori, mentre i vari test sui tempi di reazione sono una buffonata per chiunque abbia mai giocato alla Wii.
Per inciso, ho surclassato di brutto dei liceali alti un metro e novanta con muscoli da scaricatore anche sui pollici: decisamente il rilevamento necessita di una taratura…
Ma l’esame più temuto e favoleggiato, è quello che coinvolge l’apparato vestibolare, e di conseguenza l’equilibrio. Ecco come funziona: il malcapitato viene imbragato e posto su una pedana, obbligato a fissare una parete basculante semicilindrica dipinta con un motivetto nuvoleggiante disegnato da dei bambini dell’asilo. La parete si inclina, si issa, si arrota, mentre la pedana, lungi dal rappresentare un appoggio, accentua ogni movimento volontario o meno dell’esaminato: nel caso peggiore, di conseguenza, il malcapitato potrebbe anche cadere, con grave nocumento dell’orgoglio. Il risultato? Che questo esame consiste nello STARE FERMI IN PIEDI. Come al bar durante l’aperitivo, con la differenza che difficilmente in questa situazione il medico si offrirà di portare un Negroni al paziente.
Da ultimo, l’elettroencefalogramma: “Mangia qualcosa, prima”, ammonisce il medico. Pirlo verso il bar completamente impreparato; nel trambusto, mi sono completamente dimenticato dell’ora, e con me il bioritmo: è quasi l’una, e non ho la minima fame. Ligio al dovere, squadro la barista, e la griglia scaldavivande dietro di lei:
“Vorrei… ehm, vediamo… vorrei quel panino tagliato a fette, quello lì” “No.” “…” “Quello è mio.”
“…” “Al massimo te ne faccio un altro.”
Il medico mi piazza una tonnellata di gel per capelli, delle ventose, e una cuffia che pare quella di mia nonna nelle foto sul bagnasciuga, anni ’60. Poi mi fa sedere, collega i fili ad un apparecchio che mi fa sentire una specie di Evangelion, e mi spara negli occhi una bombarda di luci strobo. Il che mi fa pensare che tutti quegli imbecilli che affollano le discoteche il Sabato sera potrebbero essere dei buoni piloti, tutto sommato. Se sopravvivono, certo.
Il resto della giornata passa veloce, facendo capannello con altri piloti e raccontandosi i propri sogni, sempre tenendo d’occhio la francesina di prima. Non è cosa, anche perchè col passare del tempo monta un po’ di sana “strizza”, che si esaurirà solo al momento della consegna dei referti.
Tutto qui, davvero, Prima Classe. E adesso chi glielo dice, agli Airbus, che in teoria potrei pilotarli anche io?







