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La mia Africa
Tardo pomeriggio, le nubi sono basse e opache, nell’aria l’odore polveroso d’Africa si mischia alla salsedine dell’Oceano Indiano.
Nascosta tra le colline poste lunga la costa una piccola pista in terra battuta, tagliata tra gli alberi di pino e vegetazione tropicale. Davanti alle porte aperte di un hangar solitario un vecchio Tiger Moth siede paziente, l’ogiva puntata verso il cielo come ad annusare l’aria, in attesa del volo.

Vecchio è vecchio, e di voli ne ha fatti tanti in giro per il mondo, ma si sa, i Tiger Moth non muiono mai, rinascono continuamente, abili mani artigiane sempre intente a ridonarli la vita.
Questo Tiger porta bene la sua età, spesso ringiovanito nel corso degli anni, ma conserva intatta tutta la magia e l’atmosfera del periodo in cui è nato. La sobria colorazione grigio opaco e celeste pallido, le bellissime cinghie in pelle oramai scurite dal tempo, la grande bussola orizzontale posto in basso.
La sua anima d’aeroplano conserva i ricordi e sensazioni dei molti piloti che lo hanno volato, i momenti di gioia, gli attimi di paura, e anche gli istanti di terrore di chi ha stretto la sua cloche.
I controlli prevolo sono volutamente lenti e minuziosi, la mano accarezza la tela un po’ più a lungo del necessario.
Tacchi ben fissi sotto le ruote, magneti, si lancia l’elica. Il motore gira pigro mentre l’olio si riscalda e si spunta la checklist.
Un contropista a passo d’uomo, non ci sono freni, in fondo si gira e si spinge avanti la manetta con gentilezza. La coda dopo un po’si alza, ma davanti si continua a non vedere nulla. Gli alberi posti a lato a pochi metri dalle ali si muovono piano all’indietro e poi come al rallentatore spariscono sotto l’ala inferiore.
Siamo in volo, lentamente adagiati sull’aria, il vento sulle guancie, tutto attorno cielo aperto.
Sotto, incorniciato dalle doppie ali, colline ondulate ricoperte da piantagioni di zucchero da un lato, bianchi cavalloni spumeggianti che corrono su per le lunghe spiaggie deserte dall’altro. Le immagini passano sotto le ali lentissimamente, sembra di essere sospesi in aria, senza cognizione di tempo e movimento.
Si vira a sinistra per osservare un fuoco nella boscaglia, gli alettoni un po’ duri, il muso che tende a salire, l’uso del piede fondamentale. Un paio di giri e poi si sorvola la spiaggia e ci si allunga un po’ sul mare agitato. Tra le onde si affaccia una balena, la grande schiena nera una tentazione, ci si potrebbe quasi quasi atterrare.
Si sta facendo scuro, ora di cercare la piccola pista. Si rientra a terra con un rimbalzo leggero, come a rubare ancora un attimo di volo, a cercare ancora un istante di aria sotto le ruote paffute.
Fermi davanti al hangar si resta seduti ancora legati per molti minuti dopo che l’elica ha smesso di girare.
Il vecchio biplano si rilassa mentre l’odore del motore caldo si mischia con l’aria africana.
“La mia Africa”, un sogno vissuto.
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