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Alto, basso, veloce, lento.

Il GPS segna 184 nodi di ground speed. Al livello di volo 85, il cielo è limpido e sotto, con il mare azzurro come riferimento, non si ha percezione della velocità. Il trasponder lampeggia con un codice diverso dal solito 7000. Si vola sotto controllo radar, si condividono le frequenze con gli aerei di linea.
E’ un bel viaggiare, il cielo alto ha una sua magia.
Il Piper Lance è una gran macchina, quasi un miniliner. Trecento cavalli, carrello rettrattile, tripala variabile, sette posti, bagagliaio davanti e dietro la cabina, una buona autonomia. Sul pannello due radio, VOR, HSI, DME. Indossando una camicia bianca con le striscie ci si potrebbe anche illudere di essere un pilota vero.
Si cambia FIR, frequenza e nazione sorvolato. Le comunicazioni si fanno in inglese anche rientrando in Italia, si vola in mezzo ai professionisti, bisogna mantenere un certo contegno. E’ richiesta anche precisione, bisogna pensare avanti, stimati, punti di riporto, inizio discesa già calcolati e pronti da comunicare. L’ATC che risponde “That is correct, Sir”. Ci si avvicina all’aeroporto internazionale di destinazione, numero due dietro Ryanair.
Si rallenta, carrello fuori, flap, elica avanti. Allineati in finale, PAPI con due rossi e due bianchi, ultimo check rosso, blu, verde (miscela ricca, elica avanti, carrello giù bloccato), si tocca sulla centerline e si passa sulla frequenza della ground, exit via Echo e Golf, il follow me giallo che aspetta sull’apron per indicare il parcheggio assegnato.
Poi il pullmino sino all’aerostazione ed i funzionari tristi d’aeroporto che chiedono i dati pilota, dati aeromobile, tasse, fattura. Ad aspettare le formalità anche camicie bianche vere con striscie vere. Per prendere un caffè al bar bisogna uscire dalla zona sicurezza, poi per tornare all’aereo l’odioso controllo metal dector, ma almeno si salta la fila di pax Ryanair con la Aircrew card di AOPA, il priviligio di essere piloti.

L’aghetto bianco dell’anemometro è più o meno stabile sulle 85 miglia orarie. A 1000 piedi ground si è più bassi delle bianche nuvole ciccione sparse per il cielo. Sotto il paesaggio dettagliato e colorato scivola via piano piano e quasi non si ha percezione della velocità. Il transponder segna 7000 ma non lampeggia, forse non è acceso. Si vola in spazio golf, la frequenza è muta da un po’, il volume abbassato.
E’ un bel viaggiare, razzolare sotto il cielo ha una sua magia.
Il Piper Cub è una gran macchina, quasi una Land Rover vecchio modello, di quelli sinceri. Centocinquanta cavalli stanchi, carrello fisso, bipala fissa, due posti in tandem, mezzo bagagliaio dietro, autonomia sufficiente se non devi andare lontano. Sul pannello la bussola, la pallina, una radio, temperatura e pressione olio. Indossando jeans stracciati, giubotto consunto e cappelletto stravissuto si viene spesso scambiati per un clandestino. Si cambia frequenza, siamo ancora nella stessa provincia, aviosuperficie in vista. Siamo più o meno a sud, circa 1000 piedi, prima o poi si inizierà la discesa. La voce in dialetto romanesco risponde “Ciao, pista libera”.
C’è poco da rallentare, carrello e elica sono ancora fissati e attaccati, una tacchetta di flap. Allineati in finale, gli alberi vengono evitati, velocità giusta, si tocca terra da qualche parte sull’erba, si spegne la radio e si esce direttamente davanti all’hangar, parcheggiando nell’angolino preferito all’ombra. Una faccia sorridente viene a salutarti e a piedi si va alla club house a braccetto. Niente tasse, nienta fattura, solo altri aviatori sdrudici che parlano di volo.
Il vino meglio di no, ma si accetta volentieri il caffè offerto. Un saluto veloce e si torna al piccolo Piper che aspetta a pochi metri, il privilegio di essere aviatore.

E’ bello volare alto con un mezzo veloce, ben strumentato e mischiarsi con i professionisti.
E’ bello volare bassi con un mezzo lento, essenziale e ritrovarsi con gli amici.

Alto, basso, veloce, lento, non è importante. In maniera diversa la magia del volo e del cielo è sempre presente.


articolo di Riccardo De Nardis

Nato in Africa, all’età di otto anni scocca la scintilla della passione con il primo volo sulla savana a bordo di un piccolo Piper. Trasferito in Italia, a quindici anni si iscrive all’aeroclub locale, spazzando l’hangar, lavando e rifornendo gli aerei in cambio di voli occasionali. Pilota della domenica dal 1980, amante dei viaggi, ha volato per piacere in Europa, USA, America Centrale, Oceania e ovviamente in Africa. Abilitato su una trentina di velivoli, dal ulm Tucano ai monomotori complex, predilige i vecchi aeroplani tubi e tela, meglio se bicicli, pur non disdegnando la velocità e comodità di velivoli moderni per i voli lunghi. Sempre intento a trasmettere la passione del volo e le emozioni provate, collabora occasionalmente con riviste del settore, italiane ed estere. Adora sopratutto i voli al tramonto con un vecchio Piper Cub.

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