il nostro feed RSS: Articoli

Mongolfiere: come prendersi gioco degli aeroplanari

“La nostra educazione e la nostra mentalità occidentale ci spingono a combattere per ottenere ciò che desideriamo, per determinare il nostro destino, per controllare le forze della Natura. Non c'è più spazio per il dubbio, per ciò che è sconosciuto o incomprensibile o sorprendente. Quale differenza con un volo in pallone! Fin dal decollo, il pilota avverte di entrare in un nuovo mondo fatto di intuizione, di umiltà e di rispetto verso il soffio dei venti. Non si tratta più di controllare la Natura ma di conoscerla, di avvicinarla per giocare con essa al di sopra delle nuvole”. 
Bertrand Piccard, primo circumnavigatore del globo in pallone (M.Majrani, Aerostati, Edizioni dell'Ambrosino)

IMG_6654

Non ho mai sofferto di vertigini che si tratti di aerei, deltaplani, elicotteri, alianti… Ma magari su certi balconi, a sporgersi un pochino, sì. E’ la differenza che passa fra lo stare seduti e lo stare in piedi, per il nostro equilibrio, e può dirvelo chiunque.

Sì, certo.

Tutto vero, ma è solo mentre salgo (con inaspettata facilità) nella cesta di G-ENZO, la mongolfiera di Giovanni “John” Aimo, che mi rendo conto che questa mi ricorda tremendamente un balcone. Appeso. Che salirà a svariate migliaia di piedi.

Oh, cavolo.

Era quasi ora

IMG_9344

Ci vorrà un pochino per abituarvi a queste prospettive. Seguitemi…

Da ventisette anni il cielo di Mondovì (splendida cittadina al centro del Monregalese, in provincia di Cuneo) si riempie di colori proprio a ridosso dell’Epifania. E’ il consueto Raduno internazionale aerostatico, dove per “internazionale” intendiamo proprio che, in quei giorni, nel Monregalese la lingua ufficiale sarà l’inglese.

Cosa ci faccia qui io, pilota sicuramente più pesante dell’aria, è presto spiegato. Sono al 50% di sangue monregalese, ho una casa da queste parti, ho imparato a volare (su ala fissa) fra questi monti e sopra questi altopiani, da anni chiacchiero con Aimo della possibilità di provare ma, incredibilmente, mi sono sempre perso il raduno.

Quest’anno, mi sono detto, non posso fallire di nuovo. Le giornate sembrano buone, una volta passato il foehn che ancora una volta scombussola le temperature medie di un inverno che non arriva nemmeno qui.

E così sia. Il mio ospite è proprio Giovanni Aimo, nome prominente del mondo aerostatico non solo italiano, ma mondiale (ecco una piccola biografia, per quanto non completa, per farvi un’idea dei titoli ). E tutto l’ambiente di Mondovì è importante a livello globale per questa specialità. Basti pensare a Paolo Bonanno, un monregalese che si riconosce subito dal modo e dalla voglia di fare, e che è nome riverito in tutto il mondo aerostatico (ma di questo parlerò prossimamente).

Arrivo davanti all’Aero Club di Mondovì, che è anche il balloon porto oltre all’unico sodalizio italiano dedicato esclusivamente al volo aerostatico, e faccio fatica a parcheggiare fra Defender con targhe da tutta Europa, carrelli con ceste, il camion del gas propano e gente che si dà da fare. Che siano ladies o gentlemen, questo è uno sport unisex e senza discriminazioni: tutti faticano allo stesso modo.

Tutto questo a Mondovì. L’avreste mai detto?

IMG_9179

IMG_9181

No bullshit! questo volo è profondamente anglosassone e non ammette favoritismi: che siate uomini o donne, datevi da fare.

Volo per differenze

IMG_9187Non voglio raccontarvi né come si svolga una gara (alla quale effettivamente partecipo come bagaglio), né i segreti del volo aerostatico – perché non solo non li conosco, ma è evidente che ci vogliano anni di esperienza per dominare una così particolare tecnica di volo. E forse – non me ne vogliano i para-delta-aliante-vololiberisti che ne fanno una bandiera – questo è il modo di volare che più si integra nell’ambiente-aria, facendone parte in maniera totale, integrale, dipendente al 100% e senza forzature. Qui non ci sono Bernouilli o Navier-Stokes, ma solo aria calda che sale.

Cercherò invece di raccontarvi lo “shock” del tipico pilota più-pesante-dell’aria che si trovi catapultato in aria in un modo totalmente diverso. Un vero e proprio volo per differenze.

Perché potete leggere tutti i testi tecnici che volete, ma a un certo punto vi troverete in piedi (sui vostri piedi) a 2.000 ft. dal suolo e vedrete il terreno attraverso l’intreccio della cesta. E lì capirete che è tutto veramente diverso.

Ma tutto inizia prima, in questo volo di gara: al briefing. E’ la seconda uscita della giornata, un 5 gennaio 2015 tiepido al suolo e in quota. Poco vento, ma quel che serve.

IMG_9192Paolo Oggioni è il presidente dell’Aero Club di Mondovì, e in qualcosa mi ricorda il mio guitar-hero Zakk Wylde. E la parlata monregalese improvvisamente cambia in un inglese oxfordiano (ricordate, la lingua ufficiale di questi giorni) mentre descrive le buone condizioni meteo e il fatto che il vento oggi vada trovato (non devo ricordarvi, vero, che una mongolfiera si muove a seconda del vento e che l’unico modo per “direzionarla” sia sfruttare e quindi conoscere alla perfezione le condizioni meteo?). C’è poi il momento, che a me è parso molto rituale, del “lancio” dei marker ai vari equipaggi: la gara consiste nel far cadere questa sorta di testimone il più vicino possibile a uno dei target di gara (ce ne sono due, che vengono naturalmente sistemati in modo da essere raggiungibili con le attuali condizioni di vento).

La sala briefing è piena, non solo di equipaggi ma anche di giornalisti e troupe televisive: è molto bello vedere questo interesse per una parte, almeno, del volo. Forse una delle più spettacolari per il grande pubblico.

Il concetto di decollo verticale

Non è forse qualcosa che nel mondo delle aerodine si collega a qualche aggeggio militare e agli elicotteri? Qualcosa che per noi “pesanti” evoca sforzi meccanici, cavalleria, rumore?

Qui no. Sono al Parco Europa di Mondovì, il nostro punto di decollo per oggi, circondati da decine di spettatori che in questa giornata feriale non si perdono lo spettacolo, e dagli altri numerosi equipaggi. E mentre gonfiamo, le altre mongolfiere decollano già nel silenzio rotto solo dagli sbuffi dei bruciatori.

Non faccio in tempo a distrarmi che un’altra mongolfiera ha già gonfiato e mollato gli “ormeggi” (in questo caso l’obbligatorio – e indispensabile per i decolli in aree affollate – “quick release” inventato proprio dal nostrano Paolo Bonanno).

IMG_9265

Vi immaginate una preparazione lunga, faticosa, infinita? Pensate che questi giganteschi palloni, grandi come palazzi, siano così complessi da preparare al volo? Beh, premessa: qui il comandante e il suo staff di terra sono veterani e campioni, quindi tutto sembra facile. Ma lasciamoci cullare da questa illusione. Anzi, diamo una mano. E con me c’è Sergio Barlocchetti (che conoscete tutti), e attorno a noi scatta foto Andrea Colombo, il fotografo aeronautico divenuto famoso con Volare. La coppia inarrestabile è di nuovo in campo (come avete visto sul numero di Febbraio 2015 di Volo Sportivo – NdA).

IMG_9236

Sergio Barlocchetti (a sinistra) e John Aimo. L’unico a non fare niente, a parte le foto, sono io.

Sergio ha l’abilitazione aerostatica, anche se ha poche occasioni all’anno per praticare, ma tanto basta per muoversi certamente con più disinvoltura del sottoscritto.

Mentre noi aeroplanari ci perderemmo in timidi walk-around durante i quali toccheremmo con gesti quasi scaramantici parti del velivolo che non hanno alcun bisogno di essere toccate, qui il mezzo va letteralmente “ricostruito”, e la cosa ti fa sentire più utile e meno idiota che ad accarezzare un’alettone già perfettamente funzionante.

IMG_9238 IMG_9242 IMG_9244 IMG_9250 IMG_9258 IMG_9262

La cesta scende dal carrello, mentre un palloncino pieno d’elio viene ancora lanciato per saggiare la situazione dei venti sopra di noi. La direzione è giusta. Ecco: qui non decidiamo noi. La direzione sarà anche giusta, ma di là io vedo pioppi vicinissimi e case. Vabbè, sapranno il fatto loro, neh?

Parte il bruciatore, l’involucro viene estratto da una sacca che pur pesando 120 kg è molto più piccola di quanto potessi pensare, “srotolato” davanti alla cesta, che è stata abbattuta di 90° in modo da avere i bruciatori in orizzontale. Nel frattempo viene allargato in modo da poter ricevere l’aria calda che un potente ventilatore forza all’interno del pallone. Attorno a noi gli altri palloni “sbocciano”, uno contro l’altro, e si liberano veloci verso l’alto. Per ora nessuno ha preso case o pioppi, forse posso fidarmi.

IMG_9207 IMG_9208 IMG_9261 IMG_9281 IMG_9286 IMG_9290IMG_9293

Qui sopra, Giovanni Aimo guida il gonfiaggio.

IMG_9295 IMG_9296

Passano cinque, forse dieci minuti, sicuramente pochi per quanto mi potessi aspettare: il pallone G-ENZO è sopra di me, maestoso, che “tira” per decollare.

Giovanni ci fa un cenno, io “copio” i movimenti di Sergio per salire nella cesta (c’è un piccolo gradino nel fianco della stessa, serve proprio a quello), non faccio in tempo a mettermi il berretto (che più che per il freddo serve a riparare le teste delle persone alte e con pochi capelli, come me, dal calore del bruciatore) e molliamo gli ormeggi.

IMG_9305

Siamo in volo. Ma non te ne accorgi proprio subito.

Climb rate?

Leggo 3 kts di ground speed sul GPS e +400 fpm sul vario-altimetro da volo libero, e il mio cervello di aeroplanaro mi direbbe di ridurre immediatamente l’angolo d’incidenza, buttare giù il muso, dannazione, fare qualcosa e dare potenza! Ehm, devo riprogrammarmi, non c’è dubbio. Non c’è rumore a parte lo sbuffo per niente invasivo del bruciatore (o almeno non ci faccio caso: mi dicono sia circa 100 dBA), siamo in ascensore senza niente attorno. Guardo le persone in basso, che si allontanano mentre salutano e scattano foto, il mio punto di vista cambia così lentamente da sembrarmi irreale. A tutti gli effetti questo è un decollo, ma sembra più il lasciare un molo. Quei pioppi che vedevo prima? Giovanni li scavalca con naturalezza, con un margine di sicurezza perfettamente calcolato da formule mentali a me totalmente incomprensibili.

Ci spostiamo con pochi nodi di velocità orizzontale, cerchiamo quel vento che in effetti c’è. E’ incredibile, stiamo andando dove dobbiamo andare, ma qui non ci sono comandi a parte la manetta del bruciatore e il comando della valvola-paracadute.

IMG_9315 IMG_9318 IMG_9319 IMG_9324 IMG_9325

Gli strumenti di bordo sono (oltre a termometro, radio e transponder), un vecchio e minimale Garmin 76 e il classico vario-altimetro da volo libero. Non serve veramente altro, a parte il “naso”.

IMG_9330

La nostra “salita iniziale” ci tiene ancora quasi sulla verticale del decollo; in realtà no, siamo già su Mondovì Piazza, la parte alta, ma dal mio punto di vista di pilota abituato a guardare in là e non di sotto, mi sembra di essere fermo.

Già, fermo. A 3.500 ft. E sono in piedi su un piccolo balcone sospeso nel nulla.
Urgh.

Il balcone

IMG_9338

Veniamo al sottoscritto: sto facendo foto tenendo la reflex solo con la mano destra, mentre con la sinistra sono ancorato a uno dei montanti della cesta. Eh, già. Sono sul famoso balcone.

La cesta ha i bordi decisamente bassi, per me; almeno, questa è l’impressione e solo ora realizzo cosa siano, per davvero, le grandi altezze. Giovanni e Sergio mi rassicurano: anche pilotoni militari con 20.000 ore di volo hanno vissuto momenti di disorientamento al primo decollo aerostatico. Beh, dopo qualche minuto sono assuefatto, fotografo con due mani, guardo in verticale in su e giù, osservo gli altri palloni. Sento già il virus inoculato.

IMG_9327 IMG_9328

Qui sopra: è incredibile rendersi conto di essere veramente in una cesta nel vuoto. La consapevolezza arriva dal guardare gli altri, e le proprie ombre proiettate lontano.

Non faccio più caso al fatto di essere appoggiato ai bordi di una cesta attraverso la quale vedo i colori della terra là sotto. Riesco anche a centrare me, Sergio e John nella selfie di gruppo, quasi obbligatoria, senza che l’iPhone mi cada di sotto.

Sono in piedi in cielo, e non mi era mai capitato (salvo facendo la coda per il bagno in qualche volo intercontinentale. Ma non è la stessa cosa).

Formation flight

IMG_9349

Qui non devi tenere prua e quota aspettando che qualcuno ti arrivi in ala. In questo volo la formazione è gestita dal vento e, per l’altra parte, dal pilota che fiuta gli “strati” sopra e sotto di noi. Alcuni ci faranno spostare più lentamente, altri più rapidamente e magari in altre direzioni. Ma siamo tutti nella medesima massa d’aria, siamo completamente integrati in essa. A noi è permesso decidere solo se scendere o salire.

Altre mongolfiere passano vicine, salgono, ci sorpassano, scendono, ma sembrano sempre sufficientemente lontane da darmi una sensazione, ancora, di solitudine e sospensione in un vuoto che, vi garantisco, in aereo non si percepisce.

IMG_9346

All’orizzonte c’è il nostro Re, il Monviso, e solo fotografando un’altra mongolfiera che si staglia fra noi e la montagna metto veramente a fuoco la “sensazione di cielo” che ci circonda. Il movimento relativo fra noi e le altre mongolfiere è l’unica vera sensazione di dinamicità, perché mentre sei affacciato a mille metri dal suolo e ti muovi insieme a una leggera brezza, sei un tutt’uno con un mondo immobile.

IMG_9331

Giovanni Aimo, e tutto il Piemonte in direzione nord

Il rumore dal balcone

Mentre livelliamo a circa 3500’, guardo in basso e vedo, in un fermo immagine inspiegabile per un aeroplanaro, ogni dettaglio di Mondovì e delle sue strade che conosco bene. Ma non è solo questo: ne sento anche i rumori, i suoni. E’ qualcosa di ulteriormente nuovo e di totalmente diverso. In nessun altro tipo di volo o di navigazione c’è il silenzio: che sia fruscio aerodinamico, lo sbattere di una vela, ci sarà sempre qualcosa fra le nostre orecchie e il resto del mondo. Qui no. Se si esclude quei pochi secondi di sbuffo del bruciatore, la compenetrazione nell’aria è data anche dai suoni che essa ci porta. E’ veramente indescrivibile.

IMG_9382

E’ possibile parlarsi fra “aeronavi” senza bisogno di radio. E’ possibile parlare alla gente a terra, salutarla, dare indicazioni al team di terra solo con la voce.

Proprio ieri leggevo una comparativa fra cuffie aeronautiche a soppressione attiva del rumore di fascia alta. Roba attorno ai 1.000 €. E invece qui è tutto compreso nel prezzo 😉

BBQ

A proposito di silenzio e di parlare con la gente a terra, dopo il passaggio sul primo target (mi è del tutto incomprensibile come sia stato possibile sorvolarlo, così, semplicemente senza “direzionale”), John mi dice che scenderemo un po’, così da farmi vedere il volo a bassa quota e l’esercizio di livellamento che fanno gli allievi. In qualche minuto sfioriamo i tetti della zona industriale, dove c’è il balloon porto e – non chiedetemi come – giochiamo passando fra i lampioni stradali. Sempre in un silenzio irreale dove i rumori sono quelli delle auto, vicinissime, che passano sulla provinciale e rallentano per osservarci. Sfioriamo il giardino di una casa, salutandone il proprietario. E poi facciamo qualche centinaio di metri in un campo, a bassa quota.

IMG_9352

Giovanni Aimo lancia, facendolo roteare, il nostro “marker”.

IMG_9365

IMG_9375

Qui sopra: quando diciamo “bassa quota” mica scherziamo.

IMG_9376

Mi dicono che quando si iniziano a fare foto in verticale, verso il basso, senza giramenti e senza farsi cadere la macchina foto, il più è fatto.

Per “bassa quota” intendo bassa, proprio bassa. Avete presente una cinquantina di centimetri? Quello. Proseguiamo sempre a pochi nodi, sembra di camminare nel campo ma le gambe sono ferme e noi, non dimentichiamocelo, siamo comunque ancora in volo.

Sergio se la ride sotto i baffi, è evidente, perché lui sapeva già benissimo quali espressioni avrei avuto sul volto. E mi spiega: BBQ qui sta proprio per “barbeque”. Siamo a quota barbeque, avremmo tutto il tempo e modo di partecipare alla grigliata di una delle case qui attorno…

Lo STOL, quello vero (pure troppo)

Non faccio in tempo a fotografare un airone che ci passa sotto e mi rendo conto che siamo di nuovo alti. A tre, quattrocento piedi al minuto di salita, essendo quasi fermi, si sale senza occupare spazio. Anche questo è impressionante per un aeroplanaro, e il target lungo la provinciale che vedevo anche prima è ora nuovamente là in basso.

IMG_9350

Questo qui sopra è uno dei due target (atterreremo dietro al fabbricato più grosso). Difficile non vederlo, inspiegabile il passarci disinvoltamente e perfettamente sopra. Misteri.

Noi abbiamo già “lanciato” e quindi passarci sopra è relativo, ma lo faremo lo stesso. Anche perché è il momento di atterrare. Il punto è ottimo (il grosso parcheggio di un ristorante e “balera” di vecchia data qui a Mondovì, in località Cristo, per chi è della zona) e tutti gli equipaggi sembrano puntare lì, per non finire fra le colline più a est, dove il recupero è sicuramente meno agevole. Il nostro team ci attende lì, hanno già capito.

IMG_9380

Il target, qui sopra, e l’indescrivibile parlare con qualcuno a terra mentre si sta volando. Senza radio, chiaramente.

Il problema (che tale non è, come vedremo) è che nel frattempo il parcheggio si riempie di auto, curiosi, fotografi e lo spazio è improvvisamente scarso.

John mi avvisa che (e siamo ancora alti) atterreremo nel parcheggio dietro al ristorante. Ci sarà certamente un parcheggio, lo saprà bene, no?

Mah, io guardo e non vedo nulla. Vedo due case e degli alberi. Sì, ok, c’è uno spiazzo, lo intravedo, ma… Non sarà mica quello?

IMG_9385

Qui sopra: esatto, proprio quello è il cortile nel quale atterriamo. Con gli alberi “in testata”: boh, sembrano tutti tranquilli, io mi adeguo e taccio.

Ho volato STOL per anni, mi è ben chiaro cosa significhi atterrare corto, avere rampe ripide, essere “appesi” all’elica e tutto il resto. Certe prospettive un po’ al limite non mi preoccupano per nulla. Però sono andato a vedermi le dimensioni con Google Earth, dopo, per essere sicuro che non fosse solo una mia impressione. Uno spiazzo lungo 45 metri e largo 13, con in “testata pista” un cancello, un muro e degli alberi sempreverdi di circa 6–7 metri, e attorno case e recinzioni. E noi ancora “altissimi”, con l’occhio del pilota..

Ecco la nostra pista, proprio quella. 45 per 13 metri.
Eh?!

Considerate anche che l’atterraggio deve consentire all’involucro di sgonfiarsi, “accasciarsi” al suolo ed essere raccolto e ripiegato, quindi occorre fermarsi necessariamente all’inizio dello spazio, nella direzione giusta affinché l’involucro cada dove deve, possibilmente lontano da recinzioni, filo spinato e altro che possa danneggiare il pallone. Insomma, non si può “mettere giù” come capiterebbe in un atterraggio STOL fuori campo.

Anche qui, gli algoritmi di calcolo della manovra sono nella testa di John, a me sono totalmente preclusi e non posso che fidarmi, specialmente quando mi spiega come si svolgerà l’atterraggio: sfrutteremo proprio gli alberi in “testata” per frenare la cesta, che una volta liberatasi dai rami farà effetto pendolo. A quel punto la valvola-paracadute si aprirà al massimo e la cesta si accascerà al suolo. Questa la teoria.

Per la pratica non posso che fidarmi, del resto sono in mano a uno dei migliori del mondo (mica posso iniziare dai gradini bassi, io).

John ci suggerisce di abbassarci al di sotto delle sponde della cesta e coprirci la faccia durante l’impatto, e di non lasciare la mongolfiera finché non ce lo dirà lui (unica raccomandazione fatta anche prima del decollo: evidentemente non deve essere bello dover “riattaccare” mentre un passeggero cerca goffamente di scendere). Quello che su un aereo sarebbe un crash landing è qui una manovra di precisione, lenta ed elegante, e in pochi istanti la cesta è a terra, a pochi metri dal muro in “testata pista”, lasciando dietro di sé un paio di rami rotti. Sono stati i nostri “freni”. John mi ordina di scendere, cosa che faccio in tutta calma, mentre Sergio deve rimanere ancora a bordo perché, nel frattempo e con l’aiuto della squadra a terra, il pallone è già in rapido sgonfiaggio, nella direzione e nel posto giusto, e il cesto abbattuto.

IMG_9387

La cesta atterra, scendiamo, si abbatte; il pallone si sgonfia. Sembra tutto ovvio mentre si accascia perfettamente dove deve accasciarsi, mentre il supporto di terra è già pronto ad arrotolare e ripiegare l’involucro. Io continuo a non spiegarmi proprio tutto-tutto… 

IMG_9390

Due rametti, i nostri “freni” per oggi.

IMG_9394 IMG_9396 IMG_9397

Sergio e gli altri arrotolano. Io, come sempre, non faccio nulla.

IMG_9399

Giovanni mi spiega nel dettaglio la tecnica di atterraggio che abbiamo utilizzato. Di nuovo, sembra tutto facile.

Questa è cattiveria

Mentre le altre mongolfiere ci sorvolano andando ad atterrare nei prati vicini, o ben oltre e in luoghi molto più scomodi, in pochi minuti la sacca contiene nuovamente l’involucro, la cesta è sul carrello e noi siamo già per strada a visitare gli altri equipaggi in atterraggio sulla provinciale per Briaglia. Tutto molto rapido ma, appunto, roba da professionisti. Io sarei ancora lì a capire come piegare l’involucro e mettere in moto il mini-cingolato utilizzato per portare il pesante borsone sul carrello.

Un pomeriggio meraviglioso, che si conclude all’aeroclub, dove tutti i piloti, di qualsiasi nazionalità, hanno gli scarponi infangati e la birra in mano.

IMG_9389

Un’esperienza eccezionale, ma una grande cattiveria nei confronti di noi aeroplanari-motorari, tutti cavalli, passi variabili e rivetti. La cattiveria immensa del farti soffrire di vertigini come se non avessi mai visto una casa dall’alto, del farti capire che si può salire, e tanto, stando fermi e senza schiaffeggiare l’aria; il sadismo dell’affacciarsi a guardare di sotto, o del fermarsi a osservare un punto preciso di una montagna, senza dover guardare la IAS, il bank, senza smagrire, senza questo e quello. La cattiveria dell’andare lì dove vuoi tu senza comandare nemmeno un asse, altro che tre!, o dell’avere il silenzio senza indossare strane cuffie elettroniche in testa.

E non serve neppure un GPS cartografico, perché la tua moving map è il mondo là sotto, che si muove misteriosamente in combutta con il vento e con quello sbuffo caldissimo sopra la tua testa.

Una nota personale: dedico questo servizio a mia madre, morta improvvisamente a gennaio, proprio mentre lo stavo scrivendo, e qui sotto ritratta qualche anno fa in volo con me; proveniva dai monti del Monregalese che vedete nelle foto e da sempre è stata supporter di ogni mia attività – anche volatoria. Quando, il 5 gennaio, le ho descritto questa esperienza al telefono, la sua risposta è stata “L’entusiasmo non ti manca mai!”. Ho preso da te, e dalla tua vita, mamma. Grazie di tutto.

DSCN0854

 

  • facebook Recommend on Facebook
  • google_buzz Buzz it up
  • linkedin Share on Linkedin
  • reddit share via Reddit
  • stumble Share with Stumblers
  • twitter Tweet about it
  • yahoo_buzz Buzz it up
  • email hidden; JavaScript is required

articolo di Claudio Fogliato

Claudio "ClaF" Fogliato, classe 1976, è editor in chief di VFRMagazine, qualsiasi cosa significhi. Mente clamorosamente quando intercala la parlata con "belìn": vive a Genova da anni ma è piemontese puro al 100%. Nonostante ciò, è ormai perfettamente integrato nell'ambiente volatorio ligure, e insieme all'AeC Savona fa di tutto perché continui a esisterne uno. Google+ Profile

Commenta questo articolo tramite il tuo account Facebook